ARTICOLO - L'utilizzo dei gas asfissianti nella Grande Guerra

03/08/2018 - Articolo - Roma

Nel corso della Prima Guerra mondiale i gas asfissianti vennero impiegati per la prima volta come nuove armi di combattimento. La convenzione dell’Aja del 1899 ne impediva l’uso ma i vari Paesi non rispettarono quanto avevano siglato precedentemente. Il primo massiccio uso di agenti tossici si verificò in occasione della seconda battaglia di Ypres, del 22 aprile 1915, che vide contrapporsi le forze tedesche e quelle francesi. Con questa data si è soliti riconoscere convenzionalmente l’inizio della guerra chimica. 

 

Il cloro fu il primo e il più semplice gas tossico sperimentato; aggrediva le vie respiratorie e causava un'immediata irritazione, provocando una sensazione di soffocamento in coloro che lo respiravano.

Questa sostanza venne ben presto sostituita dal fosgene, un gas altamente soffocante e maggiormente aggressivo, che generava velocemente nelle vittime un edema polmonare e la conseguente insufficienza respiratoria, e dall’yprite, chiamato anche “gas mostarda” per il suo odore simile alla senape, che colpiva direttamente la pelle creando vesciche su tutto il corpo.

 

Tra le tecniche di diffusione più comuni delle sostanze chimiche vi era l’utilizzo di munizioni (come bombe, proiettili, testate missilistiche) e l’impiego di aerei che lanciavano la sostanza volando a bassa quota.

Un’ulteriore tecnica consisteva nel rilasciare l'agente chimico nelle vicinanze del bersaglio aprendo semplicemente i contenitori di gas e aspettando che il vento lo disperdesse oltre le linee nemiche. Questo semplice metodo di dispersione presentava però diversi svantaggi: bastava, infatti, un’improvvisa inversione del vento per sospingere al mittente la sostanza tossica, con tutte le conseguenze immaginabili e, inoltre, le nuvole di gas erano facilmente percepibili dai nemici che avevano tutto il tempo per prendere le contromisure.

Per queste ragioni, nel corso del conflitto, il ricorso all’artiglieria fu la tecnica più utilizzata. L’attacco non era più strettamente dipendente dal vento favorevole; si aumentava il raggio d'azione secondo la portata dei cannoni; si poteva scegliere quali bersagli colpire e differenziare i gas utilizzati in una stessa azione a seconda dell’obiettivo scelto; i proiettili potevano diffondere l'agente chimico senza alcun preavviso per i nemici.

 

Con il passare dei mesi, l’impiego su larga scala degli aggressivi chimici rese necessaria la creazione di organi per lo studio e la preparazione dei mezzi d’offesa e di difesa dai gas.  

All’interno del Regio Esercito italiano la Direzione del servizio chimico militare era tenuta da un generale di brigata, alle dipendenze dirette del Ministero della guerra, che aveva il compito di: coordinare studi ed esperienze per definire la natura delle sostanze chimiche offensive; provvedere al collaudo di quelle sostanze e materiali chimici per i quali venissero ordinati la produzione o l’acquisto; vagliare tutte le necessità che potevano emergere dagli studi, dalle esperienze e dalle applicazioni pratiche, anche in relazione a quanto in materia veniva fatto e constatato negli altri Paesi.

Vista l’importanza di queste attività nel settembre 1915 venne istituita dal Ministero della Guerra la Commissione Gas Asfissianti affidata al professore e scienziato Emanuele Paternò che poté contare nella propria azione sul contributo di validi chimici e medici. A tale proposito nel portale 14-18 è consultabile un’interessante “Relazione della commissione per lo studio della difesa collettiva contro i gas asfissianti” nella quale, fra le varie cose, si fa riferimento alla natura dei gas e ad alcuni provvedimenti da impiegare per scongiurare i loro effetti micidiali. 

 

Per i fanti italiani il primo impatto diretto con i gas asfissianti avvenne il 29 giugno 1916, quando subirono un agguato al fosgene da parte delle truppe austroungariche sul Monte San Michele. In questa occasione le bombole di gas non furono lanciate, ma vennero aperte, creando una nube tossica che venne poi sospinta dal vento; l’attacco provocò oltre 2500 morti tra le file italiane e un numero elevato di intossicati.

 

La guerra chimica entrò così nel pieno del suo svolgimento e gli eserciti delle varie potenze vennero pian piano riforniti di rudimentali maschere antigas che si resero sempre più necessarie con il passare dei mesi. Nei primi tempi, per il fatto che non si conosceva con esattezza la composizione chimica delle sostanze utilizzate, molte maschere non funzionavano in modo efficace. Per questo motivo molti soldati furono istruiti, in caso di mancanza di maschere durante un attacco chimico, a difendersi dai gas mettendo un pezzo di pane bagnato in bocca e coprendo il viso con un fazzoletto. Nel 1917 comparve il primo respiratore speciale a filtro, munito di filtro e di lenti, realizzato dal colonnello inglese Edward Frank Harrison, che qualche tempo dopo rimase vittima dei gas che sperimentava. Il respiratore inglese  fu immediatamente adottato da tutti gli eserciti dell’Intesa e anche dallo Stato Maggiore dell’Esercito Italiano che ne riconobbe subito i pregi e l’efficacia.

 

In linea generale si calcola che la produzione italiana di gas durante la Grande Guerra ammontò a circa 13.000 tonnellate, impiegate specialmente durante l’Undicesima battaglia dell’Isonzo nell’agosto del 1917 e l’ultima Battaglia sul Piave nel giugno 1918.

 

Sul tema dei gas asfissianti il portale 14-18 mette a disposizione degli utenti diverso materiale: undici cartoline, tre volantini relativi all’uso delle maschere antigas, sei opuscoli, periodici e quarantacinque fotografie che ritraggono vari momenti in trincea, dagli esperimenti con i gas al loro lancio, fino ad arrivare agli esiti devastanti di queste armi micidiali.

 

Fonti

(La guerra chimica, in "Itinerari della Grande Guerra")

(La Grande Guerra del gas, in "Centenario Prima Guerra mondiale 1914-1918")

 

 

Soldati al fronte